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"Struscio”, termine utilizzato dalle nostre parti per descrivere una tranquilla passeggiata su e giù per un corso principale…senza una meta precisa.

Un bel po’ di anni fa Corso Umberto I era davvero il centro di Cava, dove si concentravano tutte le attività commerciali e artigianali, mentre il resto della cittadina era completamente diverso da come ora si presenta. Noi che abbiamo memoria degli antichi paesaggi di Cava, proviamo a raccontarveli facendo insieme  un po’ di “struscio” per le strade della città metelliana negli anni quaranta.

Accoglie i visitatori di Cava un monumento posto a Nord della cittadina, l’Epitaffio, eretto nel 600 in onore del Re. Ebbene, iniziamo la nostra passeggiata nel passato proprio da lì, ovvero l’inizio di via Mazzini. Troviamo alla nostra destra e alla nostra sinistra, al posto degli ingombranti e squadrati palazzi in voga dopo gli anni ’50, una distesa di campi coltivati, molto spesso a tabacco, intervallati qui e lì da qualche casa non più alta di due piani, delle quali ancora sopravvive qualcuna; la strada si presentava in terra battuta e l’attuale Campo Sportivo “Simonetta Lamberti” non era altro che terra coltivata e bene se lo ricorda il nostro Giuseppe P., in quanto ha spesso sudato in quella terra dei suoceri, gremita di piantagioni di tabacco! Di seguito, passeggiando all’ombra di qualche albero di frutta in un’atmosfera silenziosa spezzata solo dal cinguettio degli uccelli, dal rumore del vento tra gli alberi e da qualche carrozza di passaggio fiancheggiamo il facoltoso Hotel di Londra (successivamente sede di una casa di riposo per anziani poi però abbandonato al degrado) e gli sfarzosi giardini oggi purtroppo più trascurati (oggi un piccolo locale all’interno di questi ospita un centro sociale per anziani). Proprio di fronte all’Hotel, il nostro Oreste ricorda una nota fabbrica di tessuti. Procediamo, fino ad incontrare il tappezziere Giordano oggi ancora lì e a seguire il famoso Pastificio e Mulino Ferro che Giuseppe D.I. ricorda bene, in quanto vi ha lavorato per molti anni. Il Mulino si trovava proprio al posto dell’attuale Parco Beethoveen e ha proseguito la sua attività per almeno trent’anni (dal 1946 al 1970 circa) in quanto è stato poi ricostruito nella zona industriale.Seguono alcune case ancora presenti, come il Palazzo Ponticelli sulla destra sotto al quale c’è una fontanina, che ancora disseta tanti cavesi, alla quale ci fermiamo a bere un sorso d’acqua, un’acqua che ha un altro sapore, segue una falegnameria e una piccola cappella con una cassettina per le offerte esterna, nella quale inseriamo qualche lira come offerta. Intanto scorgiamo il grande palazzo che occupava tutta l’area dell’attuale parcheggio di piazza Lentini, poi abbattuto in seguito alle lesioni del terremoto del 1980 e di fronte ad esso la scuola elementare G. Mazzini, priva del suo attuale giardino recintato, in modo da lasciare libera un’ampia strada per il passaggio di carrozze e macchine dai motori rumorosi. Ci avviciniamo al centro e già avvertiamo la vita e il fermento della cittadina: donne con gonne sotto il ginocchio o lunghe e plissettate, con maniche, cosiddette alla coc’ e strette ai polsini, alcune mamme accompagnate dai loro bambini con graziosi pantaloncini corti o gonnelline corte e gonfie per le femminucce, ma rigorosamente con calzettoni a vista.Una donna elegante dal cappello con veletta esce dalla villetta all’angolo di via Guerritore, scendendo con eleganza la scala e poggiandosi sulla ringhiera in ferro finemente lavorata, per accomodarsi nella carrozza privata parcheggiata nella scuderia adiacente (adesso locali destinati alla guardia medica). Di fronte, il ristorante e fittacamere in una palazzina ancora oggi elegante, ma mai quanto il successivo palazzo Coppola con il cortile, i fiori e la statua dell’aquila sul cancelletto: tutto rimasto immutato, tranne il negozio di scarpe ai piedi del palazzo. Per non parlare del facoltoso Hotel Maiorino, allora più basso di due piani. Proseguiamo e ci rendiamo conto di entrare in città, anche solo dalla pavimentazione che non si presenta più in massi di pietra, ma in massi di catrame.

La cittadina raggiunge in questo punto l’inizio della vita commerciale e artigianale e si respira la voglia di ripresa dopo la guerra.

Iniziamo a pensare a tutte le faccende da fare e ci fermiamo prima di tutto a comprare il quotidiano dal giornalaio Pinto, pilastro ancora oggi del primo palazzo sulla sinistra entrando in piazza, dopodichè il panorama commerciale cambia completamente, a parte qualche “sopravvissuto”, segue il circolo dei tranvieri e il macellaio, un po’ più avanti il pasticciere De Sio (nonno delle famose sorelle) ha preparato un’invitante vetrina dalla quale siamo tentati, e decidiamo, nonostante non sia un giorno di festa, di prendere un dolce. Entrando incrociamo un bimbetto che tutto soddisfatto stringe un fagottino di carta oleata con all’interno cioccolata spalmabile (la nutella ancora non c’è!) da portare a casa…altro lusso, deve proprio essersela meritata questa cioccolata! Ci godiamo il nostro babà e percorriamo con gli occhi il corso di Cava, con i suoi immortali e affascinanti portici del ‘400! Gli usi, i costumi e le abitudini, invece, sono di gran lunga cambiati e tanti mestieri svaniti! Con nostalgia osserviamo le semplici e invitanti salumerie che hanno ceduto il posto ai grandi supermercati, il laboratorio di scarpe di Pisapia Nicola e il ciabattino nel portone di Don Marcello, i negozi pieni di balle di stoffa, invece degli innumerevoli negozi di abbigliamento, Ciacio il lustrascarpe con il bancone dei lupini, Muscariello, di fronte la Duomo che accomodava orologi, gli armieri, i vinai, gli impagliatori di sedie e cesti, i cardalana e i materassai, le urla dell’arrotino ambulante, i radiotecnici, i commercianti di rane, per non parlare dei nevieri di cui il famoso “vicolo della neve” era pieno!

Ci abbandoniamo ai ricordi e riflettiamo su come ieri le botteghe artigiane erano quasi una sosta obbligata e un punto d’incontro dove ci si poteva incontrare e scambiare notizie. Non si correva come oggi, ma si viveva trovando il tempo di parlare per scambiarsi idee e notizie, costituendo salotti molto più autentici e meno formali di quelli a cui siamo abituati.

 

 

 

 

 

 

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